di Giuseppe Gagliano –
Durante un incontro a Murmansk con militari della Marina russa, Vladimir Putin ha proposto, non senza calcolo politico, l’idea di un’amministrazione temporanea in Ucraina guidata dalle Nazioni Unite, con la partecipazione di Stati Uniti, Paesi europei e “partner internazionali”. Obiettivo dichiarato: indire elezioni democratiche e dare vita a un governo “capace” con cui Mosca possa finalmente negoziare un trattato di pace.
Un’iniziativa che suona, più che come un’apertura alla diplomazia, come una sanzione dell’attuale delegittimazione del presidente Zelensky, rimasto in carica oltre la scadenza costituzionale del suo mandato (maggio 2024), a causa della legge marziale.
La mossa del Cremlino, mascherata da proposta diplomatica, ha un fine strategico chiaro: spostare la narrazione del conflitto dalla “guerra di aggressione” alla “crisi istituzionale interna all’Ucraina”. Nel sottotesto, Putin afferma: con chi dovremmo trattare, se Kiev è guidata da un presidente tecnicamente fuori mandato?
Questa proposta tuttavia non rappresenta una concessione, bensì un’intelligente manovra di pressione geopolitica, lanciata nel momento in cui le truppe russe mantengono, secondo Mosca, l’iniziativa militare lungo tutta la linea del fronte, soprattutto nel settore Nord-Ovest.
L’ironia amara di Kiev non si è fatta attendere. Heorhii Tykhyi, portavoce del ministero degli Esteri ucraino, ha ribaltato la proposta russa: una missione Onu, sì, ma in Russia, a partire da Vorkuta, ex città-lager del sistema gulag, oggi simbolo di abbandono e declino.
“Se c’è un popolo che ha bisogno di una governance alternativa a quella di Putin, è quello russo”, ha detto Tykhyi, denunciando i miliardi bruciati in guerra anziché investiti nel rilancio di regioni depresse.
Un messaggio che svela la vera posta in gioco: la contesa sull’autorità morale, sulla legittimità politica e sull’iniziativa diplomatica globale.
Putin ha poi aggiunto che “Donald Trump vuole sinceramente la pace” e che è pronto a trattare con lui. Il riferimento al probabile sfidante di Biden nel 2024 non è casuale: Mosca gioca d’anticipo, inserendosi nel clima pre-elettorale americano.
In parallelo il Cremlino ha evocato anche il sostegno di paesi come la Corea del Nord, il cui apporto militare, secondo fonti occidentali, si sarebbe già concretizzato con l’invio di oltre 11mila uomini nella regione russa (e quindi non in Ucraina) di Kursk. Mosca al momento non conferma né smentisce, ma il silenzio dice già molto.
Kiev ribadisce che la proposta di Putin è solo l’ennesimo tentativo di bloccare il percorso negoziale reale, spostando l’attenzione su una presunta illegittimità del governo ucraino.
Andriy Kovalenko, capo del centro anti-disinformazione ucraino, ha affermato che “la Russia non vuole davvero la pace, ma solo guadagnare tempo”, chiedendo sanzioni più dure e un rafforzamento dell’assistenza militare.
La proposta russa di una governance Onu sull’Ucraina, e la risposta speculare ucraina, riflettono una dinamica che va oltre il campo di battaglia: la guerra tra ordini mondiali.
Putin propone una gestione internazionale della crisi che però esclude l’Ucraina come attore autonomo. Kiev al contrario rilancia la questione russa come “problema internazionale”. Entrambi cercano di riscrivere la legittimità dell’altro.
Nessuna delle due proposte ha possibilità reali di essere accolta. Ma il loro valore sta altrove: sono dichiarazioni di guerra sul terreno simbolico, parte della guerra più ampia che si combatte tra Russia e Occidente per l’egemonia globale.
La diplomazia, in questa fase, non è uno strumento di pace, ma un’arma in più nella guerra ibrida. La vera domanda, per ora, non è se finirà il conflitto. Ma chi sarà legittimato a definirne le condizioni.