di Giuseppe Gagliano –
La notizia è di quelle che pesano come un macigno, ma che non sorprendono chi segue con attenzione le vicende ucraine: la Verkhovna Rada, il parlamento di Kiev, non è riuscita a far passare una risoluzione che avrebbe dovuto sancire un impegno chiaro sulle elezioni presidenziali, da tenersi solo dopo la fine della cosiddetta “fase calda” della guerra con la Russia e il raggiungimento di una “pace globale, giusta e sostenibile”. Solo 218 voti a favore, quando ne servivano almeno 226. Un nulla di fatto che dice molto sullo stato della politica ucraina, intrappolata tra il conflitto, la legge marziale e un futuro che appare sempre più incerto.
Il mandato di Zelensky è scaduto nel maggio 2024 e il Parlamento, dal quale sono stati espulsi gli 11 partiti di opposizione, ha sempre dato carta bianca al proprio leader. Vladimir Putin ha ripetuto più volte di essere disposto a trattare con un presidente legittimato dal voto popolare, e anche Donald Trump ha denunciato la mancanza di democrazia in Ucraina, definendo non a caso Zelensky un “dittatore”.
La risoluzione, proposta con l’intento di riaffermare la legittimità del mandato di Zelensky, conteneva passaggi che sembravano quasi un atto di fede. Si precisava che il mandato del presidente Volodymyr Zelensky non fosse in discussione, né dal popolo né dal Parlamento, e che sarebbe rimasto in carica fino all’elezione di un successore, come previsto dalla Costituzione. Un modo per blindare la leadership attuale rimandando sine die un appuntamento con le urne che, in tempo di guerra, avrebbe potuto trasformarsi in un boomerang politico.
La dichiarazione non lesinava critiche a Vladimir Putin, dipinto come il grande ostacolo alla democrazia ucraina. “È lui – si leggeva nella proposta – il responsabile dell’impossibilità di tenere elezioni riconosciute dalla comunità internazionale. Un’accusa scontata, ma che non nasconde il vero nodo della questione: la guerra ha congelato il processo democratico, e nessuno sa quando, o se, potrà essere scongelato.
Zelensky ha ribadito che le elezioni sono “molto importanti”, ma solo dopo la fine del conflitto e la revoca della legge marziale. Una posizione pragmatica, certo, ma che lascia aperte molte domande. Quanto durerà questa “fase calda”? E chi deciderà quando la pace sarà abbastanza “giusta e sostenibile” da permettere il ritorno alla normalità?
Intanto il paese vive una strana sospensione. La Verkhovna Rada, composta quindi dalla sola maggioranza, si riunisce, ratifica accordi miliardari come quello da 2,4 miliardi di dollari con il Regno Unito, manda delegazioni negli Stati Uniti a proprie spese per tessere relazioni diplomatiche. Ma la democrazia, quella vera, quella fatta di voti e alternanza, resta un miraggio. Non è un caso che Oleh Didenko, capo della Commissione elettorale centrale, abbia parlato di elezioni “teoricamente possibili” entro l’anno, a patto che la guerra finisca. Un’ipotesi che, a oggi, appare più un esercizio di ottimismo che una prospettiva concreta.
E poi c’è il mondo fuori, che osserva e giudica. L’Unione Europea propone accordi sui minerali, gli Stati Uniti di Trump, che si dice pronto a incontrare Zelensky “questa o la prossima settimana”, temporeggiano sugli aiuti, mentre il Wall Street Journal avverte che senza il sostegno americano l’Ucraina potrebbe reggere il ritmo della guerra solo fino all’estate. In questo scacchiere geopolitico la democrazia ucraina è divenuta una pedina sacrificabile, un ideale sbandierato ma non praticato, schiacciato tra le necessità della sopravvivenza e le promesse di un futuro migliore.
La sensazione è che Kiev si trovi davanti a un bivio. Da un lato la tentazione di aggrapparsi alla narrazione di una nazione unita contro il nemico esterno, con Zelensky come elemento intoccabile. Dall’altro il pericolo di scivolare in una deriva autoritaria mascherata da emergenza, dove la legge marziale diventa la norma e le elezioni un accessorio inutile.
La risoluzione bocciata non era solo un pezzo di carta: era un tentativo di tracciare una linea, di perpetrare il potere di un presidente che evidentemente teme le urne. Al di là della retorica che tanto piace alla stampa e ai salotti europei, gli ucraini sanno che la guerra poteva essere evitata con un accordo, come pure lo smembramento del paese, l’indebitamento e la cessione delle proprie risorse agli Usa. E soprattutto non vi sarebbero stati tanti, tanti morti.