WASHINGTON — «Gli Stati Uniti hanno armi di controllo spaziale in orbita, capaci di difendere la Forza congiunta da azioni ostili di un avversario». La frase, tredici parole in tutto, è di un portavoce della US Space Force, la Forza spaziale americana, sesta arma delle forze armate degli Stati Uniti. È contenuta in un comunicato diffuso lunedì 14 settembre e riferito da Reuters, poi ripreso da Le Monde ed Euronews.
Sembra una formula burocratica. Non lo è: mai prima d’ora Washington aveva ammesso ufficialmente di avere armi dispiegate nello spazio. Per decenni la posizione americana è stata l’ambiguità — né conferme né smentite — su ciò che orbita sopra le nostre teste con finalità offensive. Quella cortina, lunedì, è caduta.
La militarizzazione dello spazio è vecchia quanto la corsa allo spazio stesso: fin dal lancio dello Sputnik, nel 1957, Washington e Mosca studiarono come armare i satelliti e come abbatterli, con il timore — allora — delle testate nucleari in orbita. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 vietò le armi di distruzione di massa oltre l’atmosfera, ma non quelle convenzionali. È in quel varco giuridico, mai chiuso, che si colloca l’annuncio di lunedì.
Ma che armi sono? Il comunicato non lo dice: nessun dettaglio sui sistemi, sul loro numero, sulla loro natura. Nel gergo del Pentagono, però, «controllo spaziale» indica la capacità di negare all’avversario l’uso dello spazio — di accecare, disturbare o neutralizzare i suoi satelliti. La reticenza è essa stessa parte del messaggio: si dichiara la capacità, non la si mostra.
Il messaggio a Pechino e Mosca
Perché i destinatari sono nominati per esteso. La Cina, si legge nel documento, «sviluppa e impiega capacità spaziali e anti-spaziali come parte di una strategia di modernizzazione militare». La Russia «considera lo spazio un dominio di guerra e ritiene che la supremazia spaziale sarà un fattore decisivo nei conflitti futuri». Non è un’analisi accademica: è l’avvertimento che gli Stati Uniti non intendono lasciare quel dominio agli altri.
La partita, del resto, si gioca su asset molto concreti. Dai satelliti passano le comunicazioni militari, la sorveglianza, la navigazione: senza di loro un esercito moderno — americano, cinese o russo — è cieco e muto. Proteggerli, o minacciare quelli altrui, è ormai una funzione bellica come le altre. E tutte e tre le potenze stanno ampliando le rispettive capacità in orbita.
La Space Force è la più giovane delle armi americane: istituita nel dicembre 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, tra lo scetticismo di chi la considerava un vezzo presidenziale. Sette anni dopo, è lei a firmare l’ammissione che riscrive la postura spaziale degli Stati Uniti — e nulla, in un annuncio del genere, avviene per caso: la scelta di parlare adesso, mentre la competizione con Pechino e Mosca si fa più serrata, è deliberata quanto il silenzio che l’ha preceduta.
Resta, sospesa nell’ultima riga del comunicato, la parola scelta dal portavoce: armi «capaci di difendere». Difendere, non colpire. È la stessa grammatica con cui, sulla Terra, ogni arsenale è sempre stato annunciato.


